domenica 21 marzo 2010

La creazione di un logo






Prato della Valle, Padova, 1 febbraio 2010

Cosa fanno venti persone in bicicletta alle 8.30 di mattina di fronte alla chiesa di S. Giustina? 


Bella domanda! 
Partono per un viaggio

Malgrado il gelo di questo mattino invernale faccia sembrare il percorso un'impresa interminabile, la meta, l'ex scuola elementare A. Negri (Camin), non è molto distante. Ma la verità è che il viaggio vero comincerà una volta arrivati lì..

Per fortuna non capita tutti i giorni di dover aspettare al semaforo che venti ciclisti attraversino la strada, però lascia il tempo per domandarsi CHE CI FANNO QUI? 

Il serpente di bici si muove attraverso la città, come un “eco-bug” crea piccoli cortocircuiti che obbligano a fermarsi, a riflettere. 


Ex scuola Ada Negri, Padova, 1 febbraio 2010

Tolte le scarpe e gli ultimi imbarazzi, Maurizio Agostinetto ricorda le parole d'ordine del lavoro: l'eco-sostenibilità, il rispetto dell'ambiente e la consapevolezza della nostra impronta su di esso, che può essere leggera o distruttiva. 

Oggi si lavorerà sulla creazione di un logo per questo progetto comune, un simbolo che condensi le intenzioni di tutti; ma prima ci si rilassa. Quindici schiene si allungano, quindici pance si gonfiano e si sgonfiano, su, giù... 


NELLA MIA STANZA...

E adesso un esercizio d'immaginazione. 

“Provate ad immaginare una stanza, non la vostra, semplicemente una stanza, e individuate due cose che vi sono all'interno. Cosa sono? La stanza ha una finestra, affacciatevi, guardate fuori, cosa vedete? Guardate, guardate bene, e poi raccontate ciò che avete visto usando meno parole possibili.” 

Trenta occhi si chiudono in quest'aula che odora di parquet, per aprirsi su altre stanze, tutte diverse tra loro. Vi sono altalene, binari, orologi, canguri al guinzaglio, pettirossi, asciugamani, macerie, fiumi...ma da dove vengono queste case? Da quale angolo del giardino della mente? Sono luoghi della memoria? Della fantasia? Chissà. 



Entro nella stanza, 
vedo un tavolo, un petalo caduto. 
Il petalo è bello come il fiore sul tavolo. 
Vado alla finestra e vedo dei cipressi. 

Piano piano impariamo a raccontarci attraverso immagini e visioni e a coltivare questa fonte inesauribile di ispirazione. 



IL LOGO

Dovrà essere facilmente riproducibile, anche con materiali naturali, insoliti, potenzialmente con qualsiasi cosa e in modo ecologico



Sul tavolo si schiudono borse gialle piene di tesori e fino alla pausa per lo spuntino tutti si cimentano nella ricerca di un disegno capace di racchiudere un pensiero. Seduti, in piedi, girovagando, brandendo un pennello come una bacchetta magica...chissà cosa inventeranno. 

Oltre a un'idea per il logo, Maurizio Agostinetto propone ad ognuno di scrivere un HAIKU, una semplice poesia in tre versi, e di scriverla su una superficie non convenzionale, una sedia, una bottiglia, qualsiasi cosa, che verrà poi posizionata nella scuola finché, haiku dopo haiku, alla fine della settimana avremo riempito l'edificio di poesia! 


Dopo la pausa pranzo, il gruppo si ritrova per leggere gli HAIKU. C'è chi l'ha scritto su di una bottiglia, chi su delle mollette, chi su un nastro di carta, chi sulla stoffa, chi addirittura sul proprio braccio. E ognuno l'ha posizionato in un posto diverso della sala.





Dopo gli HAIKU i partecipanti illustrano i loro progetti di logo e cercano di “convincere” gli altri sul perché della loro scelta. Molti disegni sono piccoli, fatti a penna, abbozzati. Alcuni si vergognano della riuscita tecnica, ma Agostinetto li rassicura. E allora c'è chi piano piano mostra il perché di una faccia senza volto e con un neo che può fungere da occhio, o da bocca, o da naso...chi fa di un laccio di una scarpa un piccolo manifesto, chi traduce ogni parola della domanda Che ci faccio qui? in quattro idiomi diversi...



Ma l'elemento più ricorrente di tutte queste suggestioni è l'impronta, il punto di domanda e l'utilizzo del cerchio. C'è chi lo vede come un segno di identificazione molto forte, molto attuale, soprattutto di distinzione tra chi è straniero e chi no lo è. C'è chi è d'accordo, lo vede come un simbolo anche politico. Ognuno esprime la sua opinione, ma ciò che importa di più ad Agostinetto è che il logo sia immediato, stilizzato, sintetico e possa essere visto facilmente secondo il supporto e le dimensioni scelte.

Sempre seguendo l'”eco-logica” di partenza, la produzione di esso dovrà essere fatta utilizzando materiali poveri, meglio ancora se a mano libera. E non importa quindi che il disegno sia perfettamente geometrico, anzi, più imperfetto e più irregolare sarà e più mostrerà la sua consapevolezza

Agostinetto: “Si, l'orma è molto forte. E' un modo per segnare il nostro territorio, scrivere è segnare il nostro territorio. Come gli uomini primitivi lasciavano le loro impronte sulle grotte, la scrittura ci dà al contempo un forte senso di autorità e sopravvive a noi stessi. Il segno di Davide [che ha scelto come logo l'impronta del suo piede, ndr] mi ha stimolato molto, il posare di un piede simboleggia il qui. E' arcaico, no?”

E a chi muove la critica che l'uso delle impronte di mani sa di già di usato e un po' “cattolico” si contrappone infatti l'uso del piede. Anomalo, insolito, da analizzare.

Lo stesso vale per il punto di domanda. E' già di per sé un simbolo, elegante, dinamico. Come pure il simbolo dell'infinito...perché non sovrapporne due insieme? O giocare sul suo fratello rovesciato? (...)Lavoriamo anche sui colori. Concentriamoci sul bianco e nero”.

Raccolte tutte le proposte di Agostinetto, il gruppo si separa e lavora in due stanze separate elaborando l'idea di collegare assieme punto di domanda, cerchio e impronta. I risultati vengono commentati di nuovo tutti insieme.

Vedete? Le vostre immagini hanno un elemento in comune: hanno un loro EQUILIBRIO. Per noi occidentali l'elemento fondante è la simmetria, e siamo stati anche molto influenzati dalla scoperta della prospettiva. Per gli orientali è diverso, si basano sul numero 3, quello che per noi è asimmetrico, come lo può essere un ikebana, è per loro equilibrio. La vostra immagine quindi dovrà essere gradevole, equilibrata. Qualche vostra immagine è un po' allungata. Conoscete la sezione aurea?”

Un no timido si sente dal pubblico. E Agostinetto, gessetto in mano e lavagna alla sua sinistra, spiega la regola di Fibonacci e traccia un rettangolo.

Vedete? E' la successione di numeri il cui ultimo è dato dalla somma dei due precedenti. E via così. Più si va avanti nella numerazione, più si ha un calcolo esatto del rettangolo aureo. E' una cosa usatissima...dai Greci al Palazzo delle Nazioni Unite. I formati che vediamo adesso A3, A4...sono formati americani. Ma fino alla fine dell'800 tutta la carta aveva i formati della sezione aurea.”

Per ora il disegno di Tommaso, il punto di domanda con le dita dei piedi sulla curva superiore, sembra essere il preferito. Si ritorna al concetto di arcaicità, mentre il punto di domanda, unito alla freccia, sono più concettuali.

Però stilizzata l'impronta non convince più, mentre il cerchio sembra essere più riassuntivo, con un puntino sperduto all'interno. In un mondo che non sappiamo codificare l'importante è che suggestioni la microcomunità.

E questo cerchio deve essere aperto o chiuso? E quindi? Impronta o punto?

L'impronta digitale si può fare solo se viene messa su internet. Per ingrandirla però può diventare un problema. Quindi forse è meglio avere un ovale, che rispetti la sezione aurea, come un uovo o una patata tagliata. Adesso andiamo a casa, pensiamoci e poi decidiamo...”

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